week 7: "lavoro aborigeno"

Ci eravamo lasciati con il primo giorni di colloquio -andato bene- e con il secondo in procinto di arrivare.

Mi presento, con camicia e pantalone elegante, in netto anticipo nell’agenzia di marketing che da qualche giorno mi sta facendo sperare di riuscire a fare un lavoro che sia più stimolante che stare in fabbrica.
Nel secondo colloquio, dovrebbero testare le tue qualità “sul campo”, affiancato da chi lavora già lì da anni. Vedremo.
Dopo una breve introduzione fatta dal CEO dell’agenzia, mi viene presentato Adrian, che affiancherò per il resto della giornata.
Dopo 45 minuti di macchina arriviamo in un centro commerciale. Parcheggiamo e con un po’ di impazienza, attendo che mi venga spiegato cosa si debba fare.
Inutile girarci troppo attorno: vestito con polo nera e pettorina da autostradale giallo fluo, il mio lavoro sarebbe dovuto essere quello di passare otto ore al giorno in un parcheggio di un supermercato a dire ai passanti: “ha un graffio sulla macchina? Oggi glielo togliamo gratis”. Nel caso il passante accetti, il secondo step è ovviamente provare a vendergli il miracoloso spray antigraffio alla bellezza di 40$.
Il tutto pagato solamente su commissioni. Nessun fisso, nessun rimborso spese, solo il 25% di ciò che riesci a vendere. Alle ore 11.00 sono già sul treno di ritorno.

Capisco tutto, ma, primo, se hai bisogno di qualcuno che faccia il venditore e basta, lo dici subito e non fai finta di passare come un’agenzia di marketing superfighissima moderna, con possibilità di carriera strepitose.
Secondo. Una tecnica di marketing del genere -in Italia- la si usava forse nel 1981.
Ora se provi a vendere uno spray nel parcheggio dell’Esselunga ti prendi insulti dal 90% dei passanti a prescindere senza che neanche ti facciano parlare, nel caso ti facciano parlare -diciamo un 8%- ti prendi insulti quanto dici che lo spray costa 40$  ed infine, l’ultimo misero 2% che non ti ha ancora insultato, ti ringrazia e ti dice che va su internet a vedere quale sia l’offerta migliore per uno spray antigraffio e se lo fa arrivare a casa a metà prezzo.

Il pomeriggio mi richiamano, ma sto giocando al campetto e non mi accorgo della chiamata. Poco male. Si torna a “la Grolla”, dove il lavoro sarà pur noioso, ma almeno trovo persone oneste ed uno stipendio fisso.

Lavoro alle spalle, la settimana vola più o meno velocemente.
Il weekend è già panificato da tempo: andiamo a casa di Jenny -la quarta figlia di Mario- e suo marito Mark.
Abitano in quel di Barwick, ad un’ora da Melbourne.

Mark e Jenny condividono la passione per la cucina, i viaggi e la fotografia, quindi non c’è niente di più facile e piacevole che chiacchierare con loro.
Mark inoltre ama cucinare,  talmente tanto che è contento di stare in cucina a spignattare per due ore, mentre gli altri si grattano sul divano. Fantastico!

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Tra una mangiata e l’altra, ci dedichiamo anche a gironzolare un po’.
Sabato è dedicato ad un festival francese, all’aperto e con mille bancarelle, perfetto per respirare un po’ di aria europea e per mangiare qualche piatto tipico francese. Tutto davvero ben fatto e piacevole.
E soprattutto ci sia accorge come il fascino europeo, la sua tradizione e la sua storia, siano fattori ammirati ed un po’ invidiati da questa parte dell’equatore.

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Il secondo giorno è però ancora più interessante. Ci intrufoliamo nella Dandenong Forrest e in particolare al William Ricketts Sanctuary: un posto dal misticismo pazzesco.
La foresta fittissima crea una cupola in cui gli unici suoni presenti sono quelli della natura. La stessa cosa per il clima che passa dall’essere un tiepido piacevole di qualche chilometri prima, ad un freddo umido fastidioso.

Hisilicon Balong

Cockattos in volo

William Ricketts era un particolare artista che decise di vivere gran parte della sua vita in mezzo alla foresta. Solo lui, sua moglie e le sue sculture.
Sculture che ha scolpito direttamente nel cuore della foresta, sui tronchi o nelle rocce, utilizzando come tema principale il contrasto tra l’uomo aborigeno e l’uomo occidentale.

 

IMG-20151125-WA0002-01 La scultura che ho trovato più significativa è quella qui a fianco, in cui l’uomo occidentale con corona di proiettili in testa e un fucile in mano utilizza dei lunghi tentacoli con artigli, per azzannare e rastrellare la natura che gli sta attorno, mietendo vittime di ogni tipo.

Esagerazione o no, ciò che c’è di reale è la “stolen generation”, ossia generazione rubata.
Tra l’inizio del 1900, fino alla fine degli anni ’60, migliaia- di bambini aborigeni sono stati strappati dalle proprie famiglie per mano della polizia, affinchè potessero essere inseriti in un sistema educativo cristiano che -secondo il Governo australiano dell’epoca- avrebbe loro permesso di poter poi vivere in maniera più evoluta.
Solo a fine 1900 le testimonianze a riguardo hanno iniziato a tornare a galla, evidenziando come non solo fosse crudele -a prescindere- strappare dei bambini alle proprie madri in nome di una superiorità culturale, ma che oltre a ciò i bambini aborigeni subissero depravazioni e abusi di ogni tipo.
A raccontarcelo è Mark, che sentendosi quasi in colpa aggiunge che da qualche anno il Governo ha deciso di intitolare il “Sorry Day” per chiedere scusa di questo scempio.

Quando la smetteremo di sentirci superiori agli altri, sentendoci giustificati a ficcare il naso ovunque?

 

 

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