week 5: "l'operaio"

Come mi è già capitato di accennare in questo diario, durante la settimana io ed il mio fedele amico Gaby, lavoriamo in una ditta che principalmente fa quadri.
Si parte dal listello di legno e si arriva ad imballaggi spesso più alti di me, in cui all’interno sono al sicuro 15-20 quadri pronti ad essere spediti in giro per l’Australia o la Nuova Zelanda.

Fare l’operaio vuol dire che spesso capiti di dover fare la stessa cosa per quattro ore di fila, il che implica che la mia mente parta in viaggi esoterici che poco hanno a che fare coi quadri che ho davanti.
Un po’ penso ai miei progetti, come ExPi -che se non conoscete, dovete per forza conoscere qui– altre volte penso ai viaggi che farò coi soldi che sto guadagnando, altre volte faccio viaggi mentali di cui mi stupisco io stesso.

Spesso, ad esempio, mi capita di pensare a me seduto sui banchi delle superiori con il libro di storia in mano, mentre la prof spiega la rivoluzione industriale europea -oh.. ve l’ho detto che sono strani i miei viaggi mentali eh- ed in particolare la situazione degli operai inglesi assunti dalle prime industrie dell’epoca.
Quando a 16-17 anni leggi “lavoro alienante” o robe simili, non è che ti immedesimi proprio proprio nella vita di un operaio londinese. Immagini che si faccia una vita non troppo bella, in quartieri in cui preferiresti non vivere, con orari che preferiresti non avere e se la tua prof è particolarmente brava, puoi anche immaginarti qualche dettaglio in più, come l’alimentazione a base di patate o zuppette poco nutrienti e i vestiti sgualciti e rattoppati.
La senzazione da alienazione da lavoro è però molto più difficile viverla a quell’età.

I miei viaggi mentali mentre impacchetto quadri o taglio stampe in serie, mi hanno invece aiutato ad immaginare come ci si possa sentire ad entrare in una fabbrica a 15 anni, sapendo che per i prossimi 40 anni quello sarebbe stata la tua postazione, che quel gesto ripetitivo sarebbe stata la tua mansione costante e che le vie d’uscita sarebbero state pressochè nulle perchè non avevi studiato, perchè eri povero e perchè tra qualche anno dovrai mantenere dei figli e di certo non puoi metterti a provare a fare il web designer freelance durante l’Inghilterra di inizio ‘800.
Ed è una sensazione che ti soffoca.

Vabbè. Fine del viaggio mentale, anche perchè lavoro in un posto in cui vedo in continuazione oggetti piacevoli alla vista, con colleghi cazzari al punto giusto, capi che sanno essere  tanto severi quanto amichevoli, uno stipendio che è il triplo di quanto pago di affitto per la camera e con la consapevolezza che il 17 dicembre saluto tutti e riparto per qualche altra meta.

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Viaggi mentali terminati bisogna pensare ai viaggi reali.
Il bello dei lavori in Australia è che si può decidere esattamente quanto si vuole lavorare.
Alcuni miei colleghi sono studenti e lavorano uno, massimo due, giorni a settimana. Altri 4.
Per ora ne stiamo lavorando 5 per accumulare ricchezze spropositate sul nostro conto in banca, ma a breve passeremo a 4 così da avere qualche weekend lungo da sfruttare. La prime due mete saranno sicuramente la Tasmania e Sidney, in cui troverò un sacco di vecchi amici italiani.

Una curiostià su Melbourne: oggi c’erano 33°, domani ce ne saranno 16. Dopodomani chissà.
Se passate da queste parti portatevi una felpa ed una giacca a vento, perchè nel giro di 24 ore le userete sicuramente.

Però i tramonti sono sempre bellissimi.

 

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