6 domande ad un forcone intelligente

Articolo a firma di Paolo Tex Tessarin

Ad una settimana di distanza dalle manifestazioni che hanno messo a ferro e fuoco la nostra città, Torino, ed il giorno dopo l “epilogo triste” della famigerata marcia su Roma trasformatasi agli occhi dell’opinione pubblica in una delle tante manifestazioni di insofferenza che popolano la Capitale, ho ritenuto doveroso andare ad indagare meglio quale fosse la composizione sociale del movimento, quali fossero le categorie sociali che ne facessero parte. Quelle stesse Categorie Sociali che la Sinistra, istituzionale e non, ha abbandonato e con le quali non è più capace di confrontarsi, forse a causa di una gravissima incapacità di lettura sociologica dello status quo.
Ed è proprio quella Sinistra che ha affondato le sue radici in una tradizione che della sociologia marxista ha fatto il proprio pane, ed oggi si limita a ragionare per etichette, a declinare come semplicemente neo-fascista un movimento che in realtà, come afferma la stessa Barbara Spinelli su Repubblica stamane, ha qualcosa di pre-politico più che di post-politico (non a caso la giornalista cita l’esperto di Medio Evo Jacques Le Goff più che reali rischi neo-autoritari). Un cappello c’è stato indubbiamente, ed è un cappello nero che ci fa paura, terribilmente paura e che fortunatamente rigettiamo con sdegno. Forse però, ora che siamo “a bocce ferme”, bisognerebbe interrogarsi sul perché gli Indignati (ebbene sì, in Italia gli Indignados non sono quel popolo così affascinante e variopinto visto ed invidiato nel resto del mondo ma sono proprio loro, i Forconi) sono privi di rappresentanza e cosa ancora più grave privi di interlocutori a sinistra. Ho deciso così di andare molto semplicemente ad intervistare in forma anonima una dei coordinatori ed organizzatori di quei giorni di mobilitazione, per avere una visione dall’interno nuda e cruda, per capire quali fossero gli odori ed i sentimenti che animassero quelle Piazze, le stesse Piazze che oggi a Sinistra rimbombano di un vuoto sordido. Un intervista molto pragmatica, essenziale in alcune sue forme, ma forse proprio per questo ancora più importante per chi volesse provare a fare un’analisi del fenomeno.

1) Cosa ti ha spinto a partecipare attivamente alla “Manifestazione 9 dicembre”?

“Scendere in piazza il 9 Dicembre è stato un gesto dettato dalla voglia di urlare il proprio sconforto in questa Nazione sempre più abbandonata a se stessa. Il “Popolo” sceso in piazza ritengo che fosse assolutamente eterogeneo e privo di una connotazione ben definita: commercianti esausti della pressione fiscale, ambulanti con la speranza di cambiare la storia, disoccupati, studenti, fino ad arrivare ad ultras e gruppi collegati a movimenti politici. Sono sceso in piazza perché Torino è passata da essere la città della FIAT alla città del nulla, ed il colpo d’occhio che forniamo ai turisti (una delle nostre risorse potenziali dalle Olimpiadi in poi secondo le direttive dettate dai nostri Amministratori) è desolante: arrivi all’aeroporto a Caselle e trovi parecchi desk vuoti, l’unica banca presente sta lasciando i locali perché l’affitto è troppo esoso, ed al posto della postazione di Turismo Torino vi è attualmente un cartello elettronico che non funziona. Se il turista riesce ad arrivare nel centro della città, fiore all’occhiello e nostro punto di forza, trova serrande chiusi e locali storici che stanno letteralmente scomparendo. Il lunedì vedevi ondate di lavoratori stranieri, ingegneri e uomini d’affari giungere a Mirafiori per andare in pellegrinaggio da mamma FIAT: ora quel pellegrinaggio è stato sostituito dal nulla. Questa è la realtà della città, una realtà che sembrano volerci nascondere.”

2) Cosa hai visto in piazza in quei giorni di “ribellione”? Che idea ti sei fatto della composizione sociale della protesta?

“Sono arrivato alle ore 5.30 nei pressi di Piazza Derna lunedì: non ho appuntamento con nessuno in particolare, ho scelto di scendere in piazza e protestare perché tutto ciò che vedo intorno a me va esattamente in senso opposto al mio modo di intendere la Società. La speranza celata è quella di trovare una fiumana di gente, fermare anche solo per un giorno l’Italia intera, la speranza di dare quel segnale imponente. Come italiano mi sento defraudato, indifeso e solo. La sensazione è quella di essere al servizio dello Stato e non viceversa. Mi accorgo subito che l’adesione non è come avevo immaginato e sperato.
Cerchiamo di fare il blocco del traffico, rispettando alcune semplici regole, distribuisco ai passanti i volantini con le motivazioni di fermo nazionale, molti accettano, sorridono e chiedono se possono passare, sai devono andare a lavorare: questo è il primo segnale che qualcosa non funziona. Dopo qualche ora, quella che sembrava una prima sensazione prende forma e lo fa nel modo più dannoso e disdicevole.”

3) Ti riferisci alle immagini terribili viste in piazza? Cosa pensi di questi episodi? Sono davvero così distanti dalle previsioni degli organizzatori o in qualche modo sono stati semplicemente “tollerati”?

“In piazza Derna saremo stati duecento/trecento persone, il traffico va in tilt, ma alcune attività non aderiscono al fermo. Cominciano i primi problemi. Alcuni esaltati cercano di far chiudere le attività utilizzando anche sistemi poco ortodossi. Nell’insieme delle cose forse ci può stare, durante una protesta capita che qualche azione sia un po’ più forte del dovuto, ma da lì a poco la situazione scappa di mano e le notizie che arrivano dalle altre parti della città non sono confortanti. Urla, spintoni e minacce per far chiudere i negozi di un centro commerciale. Come se non bastasse, la polizia consiglia ai pochi banchi aperti nei mercati rionali di chiudere e andare a casa per questioni di ordine pubblico.”

4) Cosa rispondi a chi colora di nero la protesta?

“Tutto sommato la protesta procedeva inizialmente secondo gli schemi. Le forzature inizialmente sono state tollerate, ma col passare delle ore diventano sempre più feroci e mal viste dall’opinione pubblica. Sale anche la preoccupazione tra i coordinatori del movimento. Le notizie che alcuni estremisti potrebbero intervenire e peggiorare le cose si fanno sempre più fondate ed evidenti. E’ difficile non pensare che le forze politiche scese in campo mischiate tra la folla cerchino di mettere il cappello ad una manifestazione che, se trovasse il successo, permetterebbe di ridisegnare la Storia andando oltre le sigle politiche ed i colori di appartenenza. Verso tarda serata le cose non migliorano e le notizie di scontri in centro hanno sensibilmente ridotto le presenze. Non erano questi i patti. La manifestazione doveva essere pacifica.”

5) Come è proseguita la mobilitazione e come pensi che possa andare avanti?

“Il secondo giorno non è molto diverso dal primo, la gente che scende in piazza non è più in rappresentanza delle categorie dei lavoratori: restano studenti, tifosi, disoccupati che sull’esempio del giorno precedente lasciano da parte i veri motivi della protesta e si attivano per bloccare in maniera selvaggia il traffico, senza regole. La maggior parte della città è ritornata al lavoro, nonostante i blocchi. Il popolo che protestava ha perso subito fiducia, non si sono identificati in quegli scontri e ha abbandonato la piazza. Io resto ancora in piazza, e mercoledì pomeriggio arriverà il promotore del movimento. Aspetto fino a tarda sera, accorgendomi che Torino ha ripreso completamente la routine. Il promotore sale sul palchetto davanti ad uno sparuto gruppo di persone, saremo duecento, in maggioranza ambulanti. Il Presidente del Consiglio ottiene la fiducia. Mi aspetto il rincaro della dose da parte del popolo dei forconi, invece niente. Nessuna risposta. Solo un freddo grazie, sciogliete le righe, tornate a casa, vi faremo sapere.”

6) Ultima domanda molesta: qualche intellettuale da salotto di sinistra declina il “popolo dei forconi” come una massa di evasori che ha votato bellamente Mr.B e soci per 20 anni, ed ora si risveglia sull’orlo della crisi. Tu cosa ne pensi?

“Credo che per l’ennesima volta qualcuno abbia approfittato del Popolo Italiano per i propri loschi affari. Penso che non sia così malandrina l’idea che la volontà di alcuni leader del movimento dei forconi sia quello di creare una lista.
Sembra banale dirlo, ma dopo il mezzo insuccesso del movimento durato tre giorni, dopo l’evidente incapacità organizzativa dei coordinatori del movimento, dopo che nessun schieramento estremista ha messo la firma, e soprattutto dopo le ultime vicende giudiziarie di Mr. B, tutto fa presagire che l’uomo misterioso dietro al movimento possa essere proprio lui. Ma io non ci voglio credere. Voglio credere che la gente scesa in piazza lunedì 9 dicembre non avesse colore, identità politica o quant’altro. Erano cittadini italiani come me, e come me volevano sentirsi per un giorno Sovrani, esattamente come recita la Costituzione.”

Ai posteri l’ardua sentenza.

Paolo Tex Tessarin

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Luca Murta G. Cardoso
luca.murta@gmail.com

Gioco a basket e sono appassionato di fotografia, viaggi e politica. Mi sono laureato in Economia indirizzo business management. A seguire ho eseguito un master in web marketing ed un corso in project management al Politecnico di Milano. Per sopravvivere, faccio quello che viene definito come "project manager" anche se è troppo altisonante come nome. In realtà mi diverto :)