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Da Bush al Califfato

Mi ricordo abbastanza bene quando nei primi anni del 2000, George W. Bush iniziò a sostenere quasi a mo’ di cantilena che gli “USA sarebbero stati esportatori di democrazia”.
Mi ricordo anche abbastanza bene chi, di contro, sosteneva che la la democrazia non si potesse esportare, poichè, niente e nessuno più di lei, è un fenomeno sociale che deve “venire” dal popolo. Demos, appunto.

Lasciamo perdere, in questa sede, se gli Stati Uniti abbiano invaso l’Iraq a causa di rapporti ormai non più idilliaci con Saddam Hussein e il suo petrolio o se abbiano invaso l’Afghanistan poichè i talebani non erano più quella macchina fondamentale per bloccare l’espansione a sud dei militari sovietici. Lasciamo perdere  insomma le cause, guardiamo invece le conseguenze.

In Afghanistan, tanto per dire, Emergency tuona che “326 persone ricoverate per ferite di guerra.
604 persone curate in Pronto soccorso, sempre per ferite di guerra.
Questo è stato il nostro luglio a Kabul: il numero più alto di ricoveri da quando, nel 1999, abbiamo iniziato a lavorare in Afghanistan. Il risultato della “missione di pace”? Un record di guerra.”

Ancor più tragica è la situazione irachena.
Partiamo dal 19 marzo 2003, giorno in cui UK e USA invadono l’Iraq. Il primo maggio dello stesso anno G.W Bush proclama la fine della guerra in Iraq. Il 30 dicembre 2006 Hussein viene impiccato. Nel frattempo però in Iraq la guerra è tutt’altro che finita.
L’instabilità politica crea delle voragini governative che il dittatore iracheno, con la forza e la repressione, aveva tappato.
La situazione economica già gravemente danneggiata dall’embargo imposto dalle Nazione Unite fin dal 1992, peggiora ulteriormente a causa dell’invasione americana.
I processi di alfabetizzazione e sviluppo sociale portati avanti dal Rais (in modo, c’è da ammetterlo, positivo) subiscono una brusca rallentata.
Un timido barlume di speranza lo si avverte solo nel 2007 quando il generale statunitense Petraeus cerca di avviare un percorso collaborativo con le popolazioni locali irachene, affinchè la militarizzazione esistente si trasformi in una collaborazione costruttiva tra “invasori” e indigeni. Ma è una goccia in un oceano purtroppo rosso.
Le redini politiche del Paese intanto, dopo la morte del Rais, sono state in mano al Presidente Talabani e al Primo Ministro sciita al-Maliki fino all’Agosto 2014. Tutto ciò con continue contrapposizioni tra correnti sciite e sunnite, con continue dimostrazioni di forza per legittimare il proprio potere e soprattutto con un bassissimo consenso popolare.
Il PIL nonostante tutto inizia a correre, con punte anche di crescita dell’8% nel 2013 (a proposito consiglio questa breve lettura). C’è un enorme problema però: a ingigantire questi dati è l’industria petrolifera che concentra in pochi punti geografici, come la città di Bassora, e soprattutto in pochi mani, tutta la ricchezza, lasciando gran parte della popolazione fuori da questo boom ed in estrema povertà.
Ne è testimonianza il fatto che l’Iraq sia 128° nell’indice di sviluppo umano su 177 paesi o 158° per libertà di stampa (qui). Dati stridenti rispetto a quelli sul PIL.
In generale comunque se controllate qualsiasi indice di sviluppo economico-sociale iracheno, noterete come tra 2000 e 2003 ci sia stata una netta flessione negativa causata dalla guerra con USA e UK e che solo ora, dopo dieci anni, si sta tornando ai livelli antecedenti a tale periodo.
Questa è in breve (forse troppo in breve) è la storia irachena degli ultimi 15 anni.

Nel frattempo, sempre a partire dagli anni 2000, il giordano al-Zarqawi decise di fondare un movimento che come obiettivo aveva quello di riunire tutti i sunniti sotto un’unica bandiera: il Califfato islamico.
Come?
1) Destabilizzando politicamente le aree da conquistare. Ad esempio l’attentato all’ayatollah sciita al-Hakim, serio candidato per una guida moderata dell’Iraq.
2) Facendo incetta di volontari che si arruolassero nel proprio esercito con il “nobile” fine ultimo di venerare Allah e di distruggere il mondo occidentale. Pensate sia difficile convincere la parte di popolo ridotta alla fame, non scolarizzata, ma assolutamente consapevole che la crisi economica dei primi anni 2000 sia stata causata -così sosteneva il Rais nella sua propaganda- dal mondo Occidentale (sanzioni ONU e invasione USA)? No, per nulla.
Instabilità politica, crisi economica, bassa scolarizzazione, odio verso l’occidente. Quattro concause che la scelta di Bush del 2003 non ha fatto che accentuare.

Arriviamo ai giorni nostri.
Nel 2013 il movimento fondato da al-Zarqawi (morto nel 2006), denominao AQI (Al Qaida Iraq) inizia a distaccarsi dal Al Qaida e prende il nome di ISIS: Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Nel febbraio 2014 c’è la definitiva spaccatura tra i due movimenti terroristici: l’ISIS in mano ad al-Baghdadi (successore di al-Zarqawi) e Al Qaida in mano a Zawahiri. Per approfondire consiglio questa lettura (qui).

Estate 2014. Il movimento ISIS, ora diventato solo IS, inizia a diventare ciò che al-Zarqawi aveva progettato: uno Stato trasversale in grado di riunire sotto un’unica bandiera tutti i sunniti del medio-oriente, con un proprio sistema legislativo e giudiziario basato sulla sharia, un proprio esercito, un proprio sistema di tassazione, una propria “scolarizzazione”, una propria economia (controllo dighe e pozzi petroliferi) e un proprio territorio.

mappa-isis

Non mi dilungo sulla descrizione dei modi di operare del Califfato, poichè questo reportage, che ritengo un capolavoro, in 40 minuti spiega molto di più di mille parole. Un giornalista ha vissuto dentro l’IS per tre settimane e grazie alla sua telecamera possiamo comprendere come questo si sia diffuso, come recluti nuovi volontari, come governi i territori occupati e come intenda distruggere i confini tra i vari Stati sunniti.

(Se non siete ferrati con l’inglese “il Post” vi offre dei piccoli riassunti qui.)

Resterete probabilmente annichiliti davanti al reportage, come lo sono rimasto io.
Il Califfato esiste ed è una realtà geograficamente poco distante da noi.
C’è da preoccuparsi? Credo che dipenda dalla nostra sensibilità.
Se per preoccuparsi intendiamo la preoccupazione che tra qualche mese sul Duomo di Milano sventoli la bandiera nera dell’IS, direi di no. Assolutamente. Questo movimento, pur forte che sia, ha innanzi tutto delle spaccature interne enormi. Militarmente parlando poi non è nemmeno lontanamente paragonabile a nessun esercito occidentale.
Se per preoccuparsi invece intendiamo la preoccupazione che a quattro ore d’aereo da noi ci siano etnie come gli Yazidi che vengono sterminate, minoranze di cristiani torturati, intere città sotto violenta legge marziale e milioni di persone in pugno ad una banda di fanatici religiosi, allora si. C’è da preoccuparsi.

Concludo con una precisazione. Il titolo non sta assolutamente a significare che la causa di tutto questo siano le scelte dei primi anni 2000 da parte di George W. Bush.
Non so se l’Iraq nel 2014 sarebbe meglio o peggio senza invasione USA, non so se l’IS avrebbe lo stesso questo successo o no e non so nemmeno se fosse giusto lasciare una popolazione nelle mani di Saddam Hussein.
Mi sembra evidente però che quelle che erano missioni di pace con l’intento di esportare democrazia, abbiano totalmente sbagliato le previsioni e che talvolta abbiano creato, non la pace, ma bensì dei meccanismi sociali che alla fine dei conti hanno facilitato la crescita di movimenti fondamentalisti come quello sopracitato. Sbaglio?

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Luca Murta G. Cardoso
luca.murta@gmail.com

Mi sono laureato in Economia indirizzo business management, con master in web marketing. Gioco a basket e sono appassionato di fotografia, viaggi e politica. Per sopravvivere, faccio quello che viene definito come "consulente aziendale" anche se è troppo altisonante come nome. Nel concreto parlo con le aziende e cerco di presentargli le persone che potrebbero migliorare la loro situazione.