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Elezioni: 5 temi economici da tenere in considerazione

Domenica 4 marzo è il “grande” giorno: si andrà a votare.

Lo si farà con una legge elettorale un po’ confusionaria ( approfondimento qui) e che, a meno di incredibili ribaltoni politici dell’ultimo secondo, creerà delle Camere in cui nessuna coalizione avrà la maggioranza assoluta.
Il che implicherà che chi vorrà governare dovrà allearsi con uno o più avversari del giorno prima (approfondimento qui).

Andano al di là della forma, ci aspetteranno settimane di sprezzante campagna elettorale in cui sarà veramente difficile destreggiarsi tra i contenuti proposti dai vari candidati ed in cui sarà ancor difficile comprendere quali siano solo proclami elettorali e quali invece proposte di Governo sensate.

Per provare a facilitare il compito in elenco troverete 5 tematiche, con relative analisi, su cui si ritiene importante mantenere una spia accesa per vagliare le varie proposte.

1) Pensioni

Il tema delle pensioni -o per usare una nomenclatura che faccia più presa sull’elettore, la “riforma Fornero”- è forse uno dei temi più caldi.

Il dibattito verte principalmente su due punti: età massima per la pensione e tetto minimo e massimo per queste.

Le varie proposte ( abolizione riforma Fornero, innalzamento pensione minima, tetto alle pensioni d’oro ecc.ecc.) le sentirete con le vostre orecchie. Per poterle valutare è però necessario conoscere qualche dato:
“Nel 2013 la spesa per le pensioni in Italia era pari al 16,3% del Pil, inferiore solo al 17,4% della Grecia, pari a quasi il doppio della media Ocse (8,2%) e in aumento di quasi il 21% rispetto al 2000. Per effetto delle riforme, l’incidenza nel tempo è destinata ad attenuarsi, scendendo al 15,3% nel 2020 e al 13,8% nel 2060, ma restando sopra la media Ocse.

Intanto, da sola la spesa per le pensioni assorbe un terzo della spesa pubblica italiana (32% contro il 18% Ocse). Non solo. Il tasso di contribuzione previdenziale, pari al 33% è il più alto dell’intera Ocse (media 18,4%).

Attualmente, in Italia l’età normale di pensionamento, in media 66,6 anni per gli uomini e a 65,6 anni per le donne, secondo il rapporto Ocse, supera già la media dell’area (64,3 e 63,4 anni rispettivamente) ed è la quarta più elevata tra i Paesi industrializzati, alle spalle dei 67 anni che accomunano Norvegia, Israele e Islanda.” (fonte Il Sole 24 ore).

Analizzati questi dati, dovrebbe essere più facile comprendere che ogni riforma a riguardo (soprattutto quelle a vantaggio dell’elettore, come l’abbassamento dell’età pensionabile e l’innalzamento del minimo) implica un aumento di spesa pubblica assolutamente non indifferente e che tale aumento andrà, in un senso o nell’altro, a ribaltarsi sulle generazioni future.

2) Istruzione, innovazione e ricerca

Partiamo anche qui dai dati:
“L’Italia spende per l’istruzione (Education) il 4% del Pil (dati 2015). Peggio di noi nella Ue fanno solo Irlanda (3,7%) e Romania (3,1%), ci pareggia la Bulgaria. Tutti gli altri Stati membri spendono di più, e la media Ue è del 4,9%.

Per l’università (Tertiary Education), in particolare, viene speso lo 0,4% del Pil italiano. Questo ci lascia in penultima posizione in tutta la Ue, davanti al Regno Unito (0,3%) ma lontani dalla media dell’Unione (0,7%).
Per ricerca e sviluppo (R&D), sempre in base ai dati relativi al 2015, l’Italia spende l’1,33% del Pil, con l’obiettivo di raggiungere nel 2016 l’1,53%. Siamo sotto la media Ue (2,03% del Pil) ma lontani dalle ultime posizioni.

Di questo 1,33%, solo poco più del 40% viene dal governo. Il restante 60% viene da imprese, no profit ed investimenti esteri.” (fonte AGI)

E ancora:
“il basso tasso di laureati del nostro paese. Contrariamente al sentire comune, infatti, l’Italia è in coda alle nazioni dell’area Ocse. Si registrano circa 200mila laureati ogni anno; il tasso di ingresso all’università è pari al 41% (media Ocse: 60%) e il tasso di completamento è pari al 58% (media Ocse: 70%). Risultato: solo il 24% delle persone di età compresa tra 25 e 34 anni è in possesso della laurea, a fronte del 41% della media Ocse.” (fonte ANVUR)

Lo status quo del Made in Italy -che fortunatamente non si limita solo al fashion ed all’enogastronomico- è un qualcosa da mantenere, e possibilmente migliorare, con le unghie e con i denti.
La manifattura industriale italiana tiene ancora ed a dimostrarlo ci sono i dati sull’esportazione, ma le minacce del mercato globale sono dietro l’angolo e per ricarcciarle quanto più indietro possibile, l’unica via percorribile è probabilmente quella di investire nelle voci di questo capitolo: istruzione, innovazione tecnologica e ricerca (sia pubblica che privata).

Sentiremo molte fazioni riempirsi la bocca sull’importanza del nostro Made in, della nostra industria, del nostro tessuto imprenditoriale e della ricerca universitaria.

Parlarne è facile, trovare risorse per incentivarli e mantenerli unici al mondo, un po’ meno.

Risulta, per concludere, molto difficile calcolare le perdite per un Paese che non investe in istruzione, ricerca ed innovazione: nel calderone delle perdite bisognerebbe mettere una infinità di voci tra cui

  • la fuga di cervelli
  • il poco appeal per investimenti esteri
  • un tessuto imprenditoriale inefficiente (una ricerca Ricoh-Censuswide ha calcolato una perdita media del 18% di fatturato per le imprese che non innovano)
  • un minor numero di brevetti
  • un basso valore aggiunto dei propri prodotti industriali e chi più ne ha, più ne metta.

3) Sud Italia

Si potrebbero scegliere un’infinità di indici e dati per delineare la situazione economica del sud del nostro Paese.
Quella riguardante il PIL per abitante suddiviso per Regione è uno di questi, non esaustivo, ma certamente significativo.

I piani di rilancio del mezzogiorno si sono susseguiti negli anni, soprattutto in campagna elettorale.

Evidenziamo tre macro-punti a riguardo che ci piacerebbe sentire nominare con vigore nella prossima campagna elettorale: lotta viscerale alle infiltrazioni mafiose, piano di insediamento delle imprese, investimenti in poli universitari.

4) Rapporto con l’Europa, credibilità e soft power

Con la Brexit, i problemi della Catalogna ed un est Europa che ancora non sembra essere uscito del tutto dall’atmosfera sovietica preferendo governanti ultra-autoritari e nazionalistici, l’Italia ha davanti a sè la reale possibilità di riacquisire peso politico in Europa e di conseguenza nel mondo.

Si può essere pro-Europa od euroscettici, ma se si guida il nostro Paese bisogna essere in grado di destreggiarsi tra le fila dei Palazzi europei.

Ed è bene il nuovo Presidente del Consiglio impari in fretta a destreggiarsi visto che, sviscerando anche qui qualche dato, “nell’ipotesi peggiore l’Italia potrebbe non ricevere più fondi legati alle politiche di coesione perdendo così circa 42 miliardi di euro rispetto all’attuale periodo finanziario (2014-2020).

I soldi dei Fondi europei sono quelli destinati allo sviluppo del Mezzogiorno o con i quali le regioni del Centro e del Nord finanziano ricerca, università, formazione e welfare. Il problema per l’Italia è che la loro gestione nei prossimi anni verrà trattata a primavera, e noi corriamo il rischio di mancare al tavolo delle decisioni perché impegnati nella partita del dopo-elezioni.” (fonte la Repubblica)

La Francia, per non andare lontano, è in grado di sgomitare agilmente in questo scacchiere internazionale, celando le proprie mire dietro il volto pulito di Emmanuel Macron.
Non a caso il Paese Oltralpe è primo al mondo nella particolare classifica dell’influenza “soft power”, ossia la capacità di ottenere risultati internazionali grazie alla propria diplomazia ed alla capacità politica. Parafrasando e banalizzando un po’: la capacità di ottenere vantaggi, senza spendere un penny in più in costosi caccia F35.
L’Italia è 13esima in questa particolare classifica (approfondimento qui).

Quale sarà la figura che in campagna elettorale darà più importanza ai rapporti tra il nostro Paese e l’Europa? E quale sarà quella con maggior peso e credibilità internazionale?

5) Diritti dei lavoratori, multinazionali estere e automatizzazione del lavoro

Come sfruttare i progressi dell’era tecnologica e gli investimenti delle multinazionali come Amazon o i Deliveroo di turno, mantenendo al contempo i diritti dei lavoratori italiani e uniformando la tassazione anche per coloro che operano in Italia, ma hanno sedi da tutt’altra parte?

Come incentivare l’automazione dell’industria italiana rendendola più efficiente, ammortizzando allo stesso tempo la minore richiesta occupazionale nelle mansioni facilmente automatizzabili?

In questo ultimo, breve punto sta molto del futuro dell’Italia: aprirsi al mondo del lavoro, senza inginocchiarsi ad esso.

A questi 5 macro-temi se ne potrebbero aggiungere molti altri: l’ambiente, il piano energetico nazionale, la gestione dei migranti, la sanità, le autonomia regionali e via dicendo.

Ne sono stati selezionati solo 5 e saremmo personalmente già molto soddisfatti se nelle prossime settimane dovessimo assistere a dei dibattiti che siano in grado di entrare nel merito di questi.

Non si chiede troppo.

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Luca Murta G. Cardoso
luca.murta@gmail.com

Gioco a basket e sono appassionato di fotografia, viaggi e politica. Mi sono laureato in Economia indirizzo business management. A seguire ho eseguito un master in web marketing ed un corso in project management al Politecnico di Milano. Per sopravvivere, faccio quello che viene definito come "project manager" anche se è troppo altisonante come nome. In realtà mi diverto :)