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I 4 rimpianti industriali italiani

Capire perchè l’Italia sia più in crisi di altri Paesi europei, non è di sicuro compito facile.

Se lo si sapesse con certezza e se la causa fosse solo una, probabilmente saremmo già fuori dalla crisi.

Tra le varie cause ce n’è sicuramente una però: durante il boom economico post II Guerra Mondiale l’Italia è stata all’avanguardia mondiale in quattro campi industriali d’eccellenza che ora guidano l’economia di gran parte degli stati più ricchi del mondo.
Oggi di questi quattro campi industriali, ne rimane forse mezzo.
Gli altri sono del tutto spariti o si sono trasformati da poli di avanguardia, in poli di mediocrità.

Tra le cause di questo declino ce ne sono sicuramente due disgiunte, ma strettamente concatenate: la nostra situazione politica “bi-polare” di allora ( Comunisti da una parte a Democristiani dall’altra) ed il fatto di essere stati salvati dai Nazisti grazie uno “slancio di generosità”  degli Stati Uniti.

Ed è proprio questa caratteristica che rende l’Italia un Paese atipico: siamo un fido alleato degli Stati Uniti ( con cui siamo appunto in debito per la liberazione e per un bel po’ di $ sonanti arrivati in nostro soccorso per la ricostruzione), ufficialmente membri della Nato e ufficialmente distanti da qualsiasi organizzazione che possa ricondursi al blocco sovietico.
Dentro di noi c’è però quel partito comunista italiano, il più grande partito comunista in un Paese occidentale, con Segretari e rappresentanti di spicco che possiamo leggere ancora oggi nei nomi delle vie delle nostre città.

Gli USA, si sa, diffidano da qualsiasi cosa che richiami anche solo lontanamente il colore rosso.
E questo per noi è un problema.

MA I QUATTRO POLI DI ECCELLENZA DI CUI STAVAMO PARLANDO, QUALI SONO?

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Mario Tchou, Enrico Mattei, Felice Ippolito e Domenico Marotta sono nomi che forse non avrete mai sentito soprattutto se avete meno di cinquant’anni, ma sono quattro persone che nel Dopoguerra hanno, con alti e bassi, creato i presupposti per rendere l’Italia leader nel mondo in settori come l’informatica, l’energia, il nucleare e la scienza applicata alla sanità.

Andiamo con ordine però.
( clicca sui bottoni qui sotto per leggere le 4 storie)

Mario Tchou è il braccio destro di Adriano Olivetti, direttore generale della omonima azienda fondata dal padre.

La Olivetti è stata per più di un ventennio e senza mezzi termini, la “Apple” italiana: un’azienda talmente all’avanguardia da riuscire ad essere leader mondiale nella ricerca dei calcolatori elettronici, a lanciarne il primo modello commerciale al mondo ( l’Elea 9003) e a creare un welfare aziendale che farebbe invidia a molte aziende del giorno d’oggi.

Arriva perfino ad acquisire aziende americane del settore.

La Olivetti non aveva eguali al mondo, sia in termini di ricerca (spesso portata avanti con l’Università di Pisa), sia come capacità di comprensione su come innovare un prodotto per avvicinarlo al consumatore di massa.


Enrico Mattei è un tipo losco che merita maggior approfondimento.
Molti lo ritengono un Ministro ombra, alcuni un personaggio ai limiti della legalità, altri ancora uno dei personaggi più importanti dell’Italia moderna. Molto probabilmente Mattei è stato tutte e tre le cose.

Ufficialmente era il Presidente dell’Ente Nazionale Idrocarburi -alias ENI- e lo ha fatto per tutta la vita.

Nei primi anni di pace post guerra l’Italia si trova indietro nel campo dell’estrazione degli idrocarburi rispetto a tutti gli altri stati occidentali. Pecca abnorme per chi vuole stare tra i potenti.

Siamo talmente indietro che il Governo italiano vuole smantellare definitivamente l’Agip ( Agenzia Generale Italiana Petroli fondata nel ’26) e nomina Mattei come liquidatore.

Mattei è però convinto che l’Italia abbia solo un complesso di inferiorità, ma che in realtà sia assolutamente in grado di avere una propria politica nazionale degli idrocarburi.

Iniziano le ricerche attraverso trivellazioni nella Pianura Padana. Vicino a Piacenza trova delle sacche di petrolio: per lui queste sono sono la prova tangibile che l’Agip non sia da liquidare, ma da trasformare.

Nasce quindi l’ENI e con essa i metodi “particolari” di Mattei prendono vita: si scava di notte per evitare sguardi indiscreti, ci si fa amici Sindaci e Politici di possibili mete di estrazione allungando mazzette qua e là, si saltano lunghe trafile burocratiche prima scavando e poi richiedendo i permessi e via così. Il fine (l’indipendenza energetica dell’Italia), giustifica i mezzi, dice.

Le mire di Mattei però hanno confini ben più ampi della Pianura Padana. Si estendono anche a sud del Mediterraneo ed anche lì i metodi rimangono gli stessi.

Si arriva fino in Iran, dove fino ad allora c’erano arrivate solo le “Sette Sorelle”.
Si arriva in Russia, facendo un bello sgambetto alla Nato ed al suo embargo commerciale.

Nel 1962 l’Italia opera in più di 20 Paesi tra Africa e Medio Oriente, è prima per numero di impianti di estrazione e terza per capacità di raffinazione.


Il terzo rimpianto industriale riguarda la fisica atomica che, sia chiaro, non vuol dire costruire centrali nucleari sotto casa.

Nell’immediato Dopoguerra italiano le migliori menti della fisica o sono emigrate negli USA oppure sono talmente tanto sparpagliate tra le rovine del Paese, da risultare impossibile cercare di avvicinarle per poter progettare qualcosa.

L’obiettivo riunificatore è nelle mani di Edoardo Amaldi, fondatore -nel 1945 a Roma- del Centro Studi di Fisica Nucleare e delle Particelle Alimentari, sotto il controllo del Cnr ( Centro Nazionale delle ricerche).
Parallelamente a Milano nasce anche il Cise ( Centro Informazioni Studi ed Esperienze) che riceve fondi privati da aziende quali Edison, Fiat, Cogne, Falck, Montecatini, Sade, Terni che in pochi anni rendono il Cise il più grande polo sul nucleare italiano.

La ricerca nucleare è roba grossa però. Grossissima. Non basta il privato, serve anche il pubblico.
Nel ‘48 De Gasperi nega però ulteriori fondi alla ricerca e per ora il sogno italiano è rimandato fino al ‘51, anno in cui lo stesso De Gasperi si decide a raddoppiare i fondi per il Cise.

Amaldi però si accorge che per competere con gli Stati Uniti non bastano nè i privati,nè un solo governo: ci vuole l’Europa.
Il compito di riunire in un unico progetto, più stati europei è affidato dall’Unesco proprio ad Amaldi.

Nel 1954 nasce il Cern di Ginevra e con lui il più grosso acceleratore di particelle al mondo di cui Edoardo Amaldi è il Segretario Generale.

Nasce anche il Cnrn (Centro Nazionale Ricerche Nucleari) con Segretario Generale Felice Ippolito, braccio destro di Amaldi.
Il tutto a spinta fortemente statale.

A ciò si aggiunge la costruzione del primo sincrotrone italiano a Frascati e l’installazione di un reattore nucleare ad Ispra, Varese.

Proprio mentre l’Italia è all’apice delle proprie ricerche e guida il più grande progetto al mondo (il Cern di Ginevra), qualcosa si inceppa

L’ultimo rimpianto industriale riguarda la scienza applicata alla sanità.

Domenico Marotta è il Direttore dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss).
Grazie alla sua guida -durata dal 1935 al 1961- viene realizzato il primo microscopio elettronico in Italia, viene debellata la malaria in 5 anni, ma soprattutto viene creato -nel ‘48- un gigantesco fermentatore in grado di produrre penicillina, rendendo l’Italia leader nella distribuzione di questo antibiotico.

Tali virtuosismi attirano futuro premi Nobel da tutto il mondo, che giungono da noi per proseguire i propri studi.

Al giorno d’oggi la penicillina ci sembra una cosa vetusta. Ma settant’anni fa era il petrolio della farmacia.
Investire in questo campo avrebbe potuto significare la creazione a catena di numerosi poli di innovazione bio-farmaceutica in tutto lo stivale.

E invece…

Riassumendo quindi, l’Italia del Dopoguerra è stata all’avanguardia nei settori dell’informatica, degli idrocarburi, della fisica nucleare e della scienza applicata alla sanità.
Lo è stata molto più di quanto lo sia oggi.

Era tutto troppo bello per continuare all’infinito

La fine di questi sogni industriali ha un tratto in comune: lo Stato è sempre stato stramaledettamente lento ad incentivare ed aiutare le industrie di questi settori strategici. I motivi sono vari e non è compito di questo articolo approfondirli. Brevemente:
incapacità di investire risorse mirate e a lungo termine su un determinato campo;
– continue divisioni politiche anche all’interno della stessa DC;
ingerenza da parte degli Stati Uniti per evitare di perdere la leadership in determinati settori, condita dalla paura che un ribaltone politico italiano ci portasse dalla parte sovietica;
– burocrazia;

Nello specifico Mario Tchou e Enrico Mattei muoiono entrambi in un incidente. In auto il primo, in aereo il secondo.

Le circostanze sono molto sospette e probabilmente non sapremo mai le verità a riguardo. I fatalisti, parlano di tragiche fatalità. I complottisti parlano di omicidi minuziosamente orchestrati dai servizi segreti americani. Soprattutto nel caso Mattei, questa è più di una opinione campata per aria.

I piedi calpestati alle “sette sorelle”, lo schiaffo alla nato ed i carteggi tra le ambasciate italiane ed americani in cui i secondi intimavano la chiusura dell’Agip e la sua privatizzazione o il dossier negli archivi di Kew Gardens ( Londra) sono tutti indizi che non trovano il colpevole, ma rendono lampante il movente.

Ippolito e Marotta vengono invece arrestati con accuse simili.
Ad entrambi sono infatti state rilevate delle irregolarità nella gestione dei fondi di loro competenza.
Entrambi hanno forzato valanghe di cavilli burocratici. Entrambi hanno oliato i meccanismi attraverso mazzette. Entrambi sono stati vittima di giochi di partito.
Tutti sapevano di queste irregolarità e tutti sapevano che queste irregolarità, pur essendo illecite e da punire, erano state utilizzate per velocizzare taluni processi e per raggiungere fini condivisi.
Le accuse sono saltate fuori però solo quando si sono calpestati i piedi alla persona sbagliata.

Nel caso di Ippolito si aggiunge inoltre un altro scenario: nel Dopoguerra il sistema di produzione e distribuzione di energia elettrica era privato ed essendo appunto gestito da privati, questi si sono informalmente consociati in una lobby in grado di influenzare le politiche energetiche del Governo.
Per questa lobby, l’intervento del Governo a favore della ricerca nucleare, significava due cose: la creazione di un nuovo concorrente e soprattutto la creazione di un grave precedente.
Nel caso in cui il nucleare si fosse dimostrato un caso vincente di investimenti pubblici in centri di ricerca a matrice pubblica, ciò avrebbe potuto dare il là alle nazionalizzazioni del comparto energetico.
Un’ipotesi inaccettabile da contrastare e rallentare con tutte le proprie forze.

Ora, dopo cinquant’anni, abbiamo due scelte: piangerci addosso dando la colpa agli americani, alla Merkel, all’Euro, alla CIA, ai politici tout court oppure comprendere meglio quali siano i settori ed i prodotti che possono far veramente da traino all’industria di un Paese avanzato.
Nel Dopoguerra ci siamo riusciti, seppure per un breve periodo.
Oggi?

Tutto ciò che leggete in questo articolo, è profondamente ispirato al libro “Il miracolo scippato” di Marco Pivato di cui vi consiglio caldamente la lettura per approfondire quanto discusso qui sopra.

 

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Luca Murta G. Cardoso
luca.murta@gmail.com

Mi sono laureato in Economia indirizzo business management, con master in web marketing. Gioco a basket e sono appassionato di fotografia, viaggi e politica. Per sopravvivere, faccio quello che viene definito come "consulente aziendale" anche se è troppo altisonante come nome. Nel concreto parlo con le aziende e cerco di presentargli le persone che potrebbero migliorare la loro situazione.