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Quanto è pericoloso informarsi solo su Facebook?

Secondo uno studio Censis già nel 2013 “oltre il 37% degli italiani usava Facebook per informarsi, ma il dato supera il 71% quando si tratta della fascia d’età 14-29 anni”.

I dati parlano già di per sè ed è poco utile approfondirli, come è poco utile soffermarsi su quanto grazie ai social network sia esplosa la possibilità di reperire notizie da tutto il mondo e commentarle in tempo reale.

Risulta però doveroso soffermarsi sui lati negativi del reperimento di informazioni dai social network, soprattutto nel caso in cui questi siano l’unica fonte utilizzata.

I bias di conferma

Partiamo da un concetto che non ha nulla a che fare con i social network, ma con la psicologia cognitiva: i bias di conferma.
Dietro a questo nome strambo non c’è nient’altro che la tendenza “a cercare, a prendere in considerazione e a valorizzare solo notizie, pareri o evidenze che confermano quello di cui già siamo convinti” (fonte e approfondimento).

Immaginiamo che il nostro politico preferito compia un’azione che noi -in cuor nostro- riteniamo apprezzabile e che nella home di Facebook appaiano a poca distanza due articoli di giornale: uno parla con accezione positiva di tale azione, l’altra in maniera negativa.
Il nostro istinto, la nostra necessità di bias di conferma, ci porterà a leggere la notizia con accezione positiva ( che conferma ciò che pensiamo in cuor nostro) cliccandoci sopra e piazzandoci un bel like.
Tralasceremo invece la notizia con accezione negativa non dandole importanza. Niente click e niente like.

Facebook registra tutto ciò.
Lo studia e agisce di conseguenza.

Le bolle di filtri

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La conseguenza al nostro comportamento di sopra, unito alla capacità di Facebook di registrare i nostri comportamenti e ad agire di conseguenza, porta alla creazione delle cosiddette bolle di filtri.

Tornando all’esempio del nostro politico preferito (che d’ora in poi chiameremo Onorevole George), Facebook inizierà a comprendere che innanzitutto noi apprezziamo i contenuti riguardanti l’Onorevole George e che in particolare apprezziamo i commenti positivi alla sua buona azione (che d’ora in poi chiameremo delibera 1984).

Ovviamente non basta un singolo click a condizionare pesantemente il comportamento di Facebook, ma molto probabilmente noi abbiamo anche messo “mi piace” alla pagina dell’Onorevole George, a quella dei suoi colleghi più stretti e abbiamo letto parecchie notizie riguardanti la delibera 1984 che ci confermassero la bontà di questa.

Facebook registra tutto ciò.
Lo studia e agisce di conseguenza.

Ma come reagisce Facebook al nostro amore per l’Onorevole George ed al nostro tifo per la delibera 1984?

Facendoci apparire nella nostra home page di Facebook sempre più notizie sull’Onorevole George e sulle idilliache conseguenze della delibera 1984.
E noi siamo felici. Troviamo bias di conferma senza faticare, seduti sul divano, senza dover digitare nulla.
Qualcuno ci sta confermando che abbiamo ragione senza dover discutere! Riceviamo pacche sulle spalle senza muoverci di un millimetro!

Le bolle di filtri sono quindi un meccanismo che inconsciamente noi andiamo a creare ogni volta che leggiamo e apprezziamo qualcosa su Facebook.
I contenuti che il social network ci farà vedere in futuro, saranno sempre più simili a quelli che noi vogliamo vedere e sempre più lontani da quelli che non apprezziamo.
Facebook è il nostro filtro di informazioni, che lascerà passare quelle a noi affini, respingendo le altre.
Dal punto di vista del marketing è un processo ineccepibile. Dal punto di vista dell’informazione -comprenderete- risulta invece pericoloso.

Per approfondire la questione, consiglio vivamente di guardare questi 10 minuti di video in cui viene spiegato perfettamente quanto detto fino ad ora.

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Casi reali

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Abbiamo qualche caso pratico a riguardo che potrebbe aiutarvi a capire a che punto possano arrivare le distrofie informative causate da Facebook.

(cliccate sui bottoni qui sotto per leggere i 3 casi)

1) un ragazzo franco-marocchino di Parigi ha provato a vedere quanto fosse facile contattare dei jihadisti attraverso il social network.
La storia la potete leggere interamente qui. Di seguito propongo un estratto interessante:

“Comincio così ad aggiungere una decina di persone a cui piace la pagina dell’Is. Alcune, di cui vado a consultare il profilo, posano con fucile e passamontagna davanti a una bandiera dell’autoproclamato Stato islamico. Il tutto comincia a preoccuparmi. Mi scollego.
Nel corso della serata: tre di loro hanno accettato la mia richiesta di amicizia.

È a partire da questo momento che il mio feed di Facebook diventa molto strano. Compaiono quasi soltanto post di sostegno all’Is.

In gran parte esortano al jihad in Siria, a combattere le altre religioni per lasciare spazio “alla vera religione: quella di Allah”. Molti post sono accompagnati da articoli o foto. Si parla delle decapitazioni o della guerra, invocando “la giustizia”. Noto rapidamente che il livello di privacy di questi post è “pubblico”. Lo scopo è dunque renderli visibili al maggior numero di persone possibile.”

2) un ragazzo ha messo likes a qualsiasi cosa gli apparisse nella home di Facebook -anche i contenuti più odiosi e a lui più distanti- per 48 ore di fila.

“la mia news feed di Facebook ha iniziato a prendere un’apparenza totalmente diversa nel giro di pochissimo tempo. Dopo aver guardato e messo likes ad una miriade di cose nel giro di un’ora, hanno iniziato a sparire sempre di più i post fatti da amici e persone, per lasciare spazio a post di brand e marchi. […]
Prima di andare a dormire ho messo il like a qualcosa che riguardava la Striscia di Gaza. Era un contenuto pro-Israele ed il mattino seguente il mio news feed ha virato decisamente a destra.
Mi è stato proposto di mettere  likes a pagine riguardanti il 2nd Amendment (ndr. riguardante la libertà del possesso d’armi) e su temi anti-immigrazione. […]
È stata stupefacente anche la differenza tra la mia news feed sullo smartphone e quella del mio computer. “

 

Potete leggere l’intera storia -in inglese- qui.

3) un ragazzo si è informato per una settimana solo tramite gruppi o pagine Facebook o grilline.
La storia intera la potete leggere qui. In seguito proponiamo solo qualche estratto interessante.

  • “una delle caratteristiche peculiari del Facebook grillino: la sua monotonia. Se c’è un argomento del giorno si parla esclusivamente di quello. Lunedì è arrivata la notizia dell’addio di Pizzarotti al Movimento 5 Stelle […] nei gruppi a cui sono iscritto gli davano direttamente del “pezzo di merda” e del “colluso col PD” […]. Non ho potuto farci niente: a fine giornata odiavo un po’ anch’io Pizzarotti.”
  • “La monomania dei grillini ha fatto passare in secondo piano persino il risultato della perizia su Cucchi, di cui—a quanto mi hanno riferito persone che la scorsa settimana l’hanno passata nel mondo reale—si è parlato moltissimo su tutti i media nazionali.”
  • “La giornata è stata ovviamente dedicata quasi interamente alla riforma costituzionale, ma l’argomento è stato trattato da un angolo insolito. E con “un angolo insolito” intendo miliardi di meme che convogliavano insulti nei confronti di Roberto Benigni. La colpa di Benigni era quella di essersi schierato per il Sì al referendum”

Come è facilmente comprensibile da questi esempi reali, un nostro comportamento naturale come la ricerca di bias di conferma (che sui social si trasforma in letture di articoli simili alla nostra opinione e likes ad essi) viene decuplicato da Facebook che grazie al suo algoritmo accentuerà drasticamente la selezione di notizie nei nostri confronti.
Più noi siamo “invasati” dell’Onorevole George, più per Facebook sarà facile comprendere questa cosa e spararci miriade di contenuti sull’Onorevole George.

Risulta chiaro che chi compra -per fare un esempio italiano- il quotidiano “l’Unità” o “il Giornale” è ben a conoscenza del fatto che in quelle testate troverà notizie con chiavi di lettura spesso di parte e simili alle proprie.
È però qualcosa di evidente. Nel momento in cui compro un quotidiano di nicchia, so a cosa sto andando incontro e ne sono cosciente (o almeno si spera).
Le modalità di azione di Facebook -orientate al marketing, ma che hanno pesanti risvolti anche a livello informativo- sono molto meno palesi ed evidenti.

Pensate a chi ha la fobia dell’immigrazione.
Ogni qualvolta interagisce con un post a riguardo, Facebook gliene sparerà altri 10 nella sua news feed, ampliando a dismisura il suo senso di invasione da parte degli immigrati.
È un circolo vizioso che tende ad infinito.

Come scoppiare le bolle?

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Innanzi tutto prendendo coscienza del problema ( spero che questo articolo sia servito a ciò!)  diventando consapevoli che Facebook -nel bene o nel male- filtra tutto ciò che appare nella nostra home page cercando di rendercela il più appagante e piacevole possibile.

In secondo luogo dobbiamo cercare di essere attivi nella ricerca delle informazioni.
Internet ha dato a tutti la possibilità di essere utenti attivi e non passivi come quelli davanti alla TV.
Non impigriamoci davanti ai social, pensando che quelli bastino a soddisfare il nostro fabbisogno quotidiano di informazioni.
Andiamo a prenderci le informazioni che vogliamo!

Visitiamo direttamente i siti internet delle testate giornalistiche o dei periodici d’inchiesta e leggiamo le news direttamente da lì.
Abboniamoci al nostro quotidiano preferito o dedichiamo 10 minuti in più della pausa caffè al bar, per leggere i quotidiani che troviamo.
Iscriviamoci alla newsletter di siti, blog (potete farlo anche con questo), opinionisti o giornalisti che periodicamente ci inviino alla nostra email le notizie che loro stessi scrivono o che reputano più interessanti. Ovviamente sono anch’essi delle bolle di filtro, ma sono innanzi tutto persone umane che possiamo diversificare quanto più possibile e a nostra discrezione.

Facebook è un’arma potentissima di cui io difficilmente potrei fare a meno.
È però giusto essere consapevole degli effetti negativi che il suo utilizzo può comportare.

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Luca Murta G. Cardoso
luca.murta@gmail.com

Gioco a basket e sono appassionato di fotografia, viaggi e politica. Mi sono laureato in Economia indirizzo business management. A seguire ho eseguito un master in web marketing ed un corso in project management al Politecnico di Milano. Per sopravvivere, faccio quello che viene definito come "project manager" anche se è troppo altisonante come nome. In realtà mi diverto :)